Ieri sera ho spento il laptop in anticipo e sono crollata. Ho dormito per otto ore di fila; di solito è un miracolo se arrivo a sei.
Il mio corpo ringrazia, ma è tempo che avevo riservato alla scrittura e che, lo so bene, non tornerà. Sono alle prese con l’editing di un racconto che mi tiene impegnata da dieci mesi e sarebbe saggio approfittare di tutti i momenti di tregua che mi capitano per progredire con questa parte del lavoro, eppure troppo spesso combino poco o niente.
Avete presente quando si ha una parola sulla punta della lingua ma proprio non si riesce a ricordare qual è? Ecco, io mi sento così i tre quarti delle volte che ho Scrivener aperto davanti.
È sfibrante non sapere quanti tentativi mi ci vorranno per tirare fuori qualcosa di sensato dalle idee che ho in mente. Vorrei curare meglio quello che scrivo, ma ci metto così tanto a finire una storia che cominciarne una nuova stesura mi provoca un dolore quasi fisico.
Anni fa, se una persona si fosse confidata con me dicendomi cose del genere, le avrei risposto: «Non è normale stressarsi tanto per un hobby; forse non ne vale la pena».
Oggi sono più saggia: versare il brodo di dado sul cous cous mi pesa, figurarsi dedicarmi alla scrittura creativa. Se la mattina ho anche soltanto la forza di trascinarmi fino al terrazzo per vedere a che punto è arrivato il bulbo di giacinto, applausi a me.


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